"L'arte è una necessità, una interpretazione della vita, che abbandonata a se stessa, apparirebbe priva di significato, mostruosa. L'arte, invece, ci rassicura..."
Federico Fellini

lunedì 9 novembre 2009

GIU' !

giovedì 5 novembre 2009

"Cinegusto: il cinema in tavola"




Cinema e cucina, un connubio da non perdere per gli amanti della Settima Arte e della buona tavola.
Bella l'idea dell'Associazione Loro di Napoli che dal 14 novembre in poi propone un'interessante rassegna di film dedicati a varie aree tematiche, tra cui teatro, moda e, ovviamente, cucina.


Campagna Abbonamenti entro giovedi 12 novembre:

ABBONAMENTO 15 FILM: € 75

ABBONAMENTO 5 FILM + CENA: € 70

FILM + CENA (PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA ENTRO IL GIOVEDI’): € 15


INFO: NELLA COVIELLO 3393158933
LORO DI NAPOLI
CENTRO DI CULTURA POPOLARE
FONDAZIONE MONDRAGONE
www.giardinialdobrandini.it
tel. 081.19812478 - 3357568189
Segreteria aperta al pubblico dal lunedì al venerdì ore 16.00/20.00
(uffici interno chiesa)


mercoledì 30 settembre 2009

Shrek 2

Rivisto in tv qualche sera fa...ed è sempre un piacere. Un ottimo e riuscito esempio di comicità, creatività, ironia, intelligenza che potenzialmente mette d'accordo tutti!
Forza Shrek!


sabato 19 settembre 2009

Basta che funzioni



Raramente ne ha sbagliato uno in circa 40 anni di carriera. E anche stavolta, con la commedia "Whatever works - Basta che funzioni", Woody Allen non delude. Il regista americano ritorna nella sua New York e affida il ruolo del suo alter ego protagonista a Larry David, comico di fama negli Usa, meno conosciuto nel Vecchio Continente. I 90 minuti di pellicola sono un inno alla battuta veloce e sarcastica,dissacrante e politicamente scorretta, degna del miglior Allen, che nonostante la leggerezza della storia, riesce a far emergere a tratti nel film riflessioni e critiche su diversi aspetti del vivere contemporaneo e non solo. Il bigottismo religioso a braccetto con la genialità umana, l'irrazionale sopito che fa a botte con lucide elaborazioni esistenziali, il provincialismo statunitense che si apre alla New York "that never sleeps": è un mix irresistibile quello costruito dal regista che non lascia tregua allo spettatore tra battute e gustosi colpi di scena.
Da non perdere.

Whatever works - Basta che funzioni (Usa, Francia 2009)
di Woody Allen
con Evan Rachel Wood, Larry David

lunedì 19 maggio 2008

Gomorra


"Guarda cosa si è liberato al centro di New York..."

La voce deve essere stata ferma. Il tono sicuro e scanzonato, arrogante e divertito, tipico di chi è abituato a vivere la vita certo di poterla tenere tutta in pugno. La sua come quella degli altri, ignari. L'ambizione e la sete di soldi, potere, cemento devono aver legato le parole, congiungendo gli articoli con gli avverbi, gli aggettivi con i verbi.

Dopo la strage del 11 settembre, i boss di Casal di Principe fissavano con sguardo divertito e avido le immagini del crollo delle Torri Gemelle del World Trade Center. Nei metri quadrati che di lì a poco sarebbero stati liberati dalle macerie di vetro, lamiere ed acciaio dei due giganti colpiti a morte, la camorra vedeva un'occasione ulteriore di arricchimento.

La partecipazione azionaria di società vicine all'organizzazione criminale campana al progetto di ricostruzione di Ground zero viene resa nota nei titoli di coda di GOMORRA, il film diretto da Matteo Garrone che ha portato sullo schermo 5 storie tratte dal libro di Roberto Saviano. Forse è proprio con quelle parole alla fine di circa due ore sconvolgenti, bellissime, necessarie che ci si rende conto dell'importanza del film e del coraggio della pubblicazione del giovane scrittore napoletano. La camorra, molto più pericolosa e sanguinaria della mafia siciliana, così come la descrive Saviano, non è più soltanto un'organizzazione malavitosa dedita a spaccio, estorsioni, controllo del territorio. E' ormai la più potente spa presente in Italia, quella che sicuramente ha maggiori capacità di far circolare soldi e ricchezza, tanto da poter finanziare con capitale infinito imprese in tutto il mondo, finanche nel progetto visionario delle future torri disegnate dall'architetto Daniel Libeskind.

La consistenza economica della camorra si rileva esplicitamente dai dati snocciolati alla fine di un film che invece fa del dato umano, antropologico, sociale il suo punto di riferimento. Garrone, con grandissime abilità di regia, con uno stile definibile di un "ben"ritrovato neorealismo dei nostri giorni, accompagna lo spettatore in un viaggio infernale, in realtà che dovrebbero essere bandite o quanto meno degnamente contrastate in un paese che si vuole civile. Ed invece in una Napoli che ha dimenticato le cartoline a colori chissà in quale cassetto, i bambini di Scampia perdono l'innocenza con riti di iniziazione simili a quelli che possono vivere i baby soldati in Africa e di fatto diventano assassini senza neanche rendersene conto. In provincia, invece, i più piccoli si divertono a giocare con tir giganti, diventando inconsciamente i traghettatori di morte delle campagne campane, servendo stake holder senza scrupoli ad intossicare, con rifiuti industriali del nord, cave e terreni agricoli. Poi c'è la faida di Scampia: equilibri e lotte di una guerra feroce. Le imprese, invece, sono soffocate: il talento non ha spazio, vigono solo sfruttamento e profitto facile.

Non si respira nelle due ore di film. Si stringono forte i denti e i pugni si serrano portati da un'intenzione inconsapevole. Se però tanto male si prova nel venir catapultati in un mix infernale di sangue, veleni, cemento, sudore, si viene risollevati dal pensiero di un'eccellente prova cinematografica italiana, come forse non se ne vedevano da tempo. Magari è una magra consolazione di fronte alla terribile realtà rilevata da Garrone, ma a volte l'arte, ed in questo caso il cinema, possono prospettare delle soluzioni, permettendo ai più di capire, ragionare, vedere.

Bravi, allora, tutti, da Garrone, capace di far assaporare le sfumature, lasciando percepire con le immagini odori e superfici, a Toni Servillo, che si conferma ancora una volta uno (il?) dei migliori attori italiani (europei?). E poi tutto il cast degli interpreti, alcuni presi dalle strade, altri sorprendenti scoperte del panorama artistico partenopeo.

Unico rammarico: le sterili polemiche che qui e lì si sono fatte vive in Italia sull'uscita del film e sulla sua partecipazione al Festival di Cannes. Qui subentra la napoletana. I panni sporchi vanno lavati fuori casa. Soprattutto se le macchie sono italiane. A volte dalle nostre parti, abbiamo bisogno di sonori ceffoni o internazionali conferme per capire i nostri sbagli o valorizzare i nostri talenti.
Napoli vive un momento terribile. Monnezza e camorra la soffocano. I politici sembrano alieni, la borghesia dorme. L'unica persona che avrebbe titolo a camminare libera per strada senza chiedersi se seriamente ha fatto il suo lavoro, vive ormai di fatto dietro le sbarre. Lui e non altri, che hanno colpe, che sono negligenti, che sono arroganti. Roberto Saviano dovrebbe poter attraversare il mondo, respirarlo, decifrarlo, studiarlo nelle sue mille sfaccettature. Dovrebbe poterlo fare per farlo capire a noi, con il talento di una penna rabbiosa e poetica, analitica e intelligente. Forse sta pagando un prezzo troppo alto per aver scritto. E con lui lo stiamo pagando tutti.

Gomorra (Italia 2008)
di Matteo Garrone
con Toni Servillo, Maria Nazionale, Carmine Paternoster

venerdì 28 marzo 2008

Biutiful cauntri

Un napoletano o un campano difficilmente può trattenere le lacrime dopo questi 83 minuti. Se ciò non avviene, è solo perché è la rabbia che prende il sopravvento, o anche un profondo avvilimento, un'incapacità di vedere speranza. Non è solo la munnezza e l'inqualificabile ed imperdonabile assenza di una qualsiasi gestione della materia a sconvolgere ed intristire, ma il rileggere a caratteri chiari, grazie ad ognuno di quegli 83 minuti di pellicola, tutta la storia di una terra e del suo popolo. Una storia che in molti definiscono travagliata. Sembra quasi un eufemismo. Si tratta, in realtà, di un vero e proprio grido di disperazione che è partito secoli fa, ha percorso, come un indesiderato ma non sradicabile parassita, tutte le stagioni, senza mai attutirsi, senza mai spegnersi del tutto. Anzi, quel che è peggio, è che proprio ora che si vive, in teoria, l'epoca civilizzata e democratico-repubblicana, ora che il dominio straniero non c'è più, la terra continua ad urlare, beffata una volta di più. Alcuni sistemi, alcuni modi di pensare consequenziali alla modernità e al raggiungimento di traguardi dello stato di diritto, non hanno fatto bene a questa regione, dove principi amministrativi seppur nobili hanno dato il peggio di sé. Il popolo campano, poi, rimbambito da culture non sue, dallo scimmiottamento di modelli e costumi imposti con tv e radio, e anche avvolto da un endemico lassismo (o stupidità? o ignoranza? o menefreghismo?), ha perso la rotta, ha smarrito la sua identità e si è lasciato scippare il suo bene più prezioso: un territorio che faceva della "Felicità" il suo tratto distintivo.

"Manca la progettualità qui!"
"No, è a' dignità ca'
nun tenimme!"

Forse è in questo micro dialogo di Biutiful cauntri che può essere colta l'essenza di un documentario necessario, prezioso, che sconvolge per la sfacciata verità sulla Campania che in modo intelligente e sensibile i tre autori sono riusciti a rendere sullo schermo. Un'ora e venti agghiacciante, che inchioda lo spettatore alla poltrona, schiaffeggiandolo con la più cruda della verità: il racconto del fallimento di un'umanità, la realizzazione del peggiore degli incubi, la descrizione di una realtà che si vorrebbe vedere confinata soltanto lì, soltanto in quei metri di schermo e di pellicola, circoscritta in un tempo cinematografico, in minuti rubati allo stress quotidiano e agli impegni. Ed invece Biutiful cauntri non fa altro che rendere più evidente quella che è una ferita aperta e sanguinante, akmè di tutti i mali e di tutti i più viscidi ed oscuri difetti dell'uomo. Una natura rigogliosa violentata, mandrie di bestiame un tempo fiore all'occhiello di pastori campani, adesso abbattuti in massa, con immagini che rievocano le deportazioni degli ebrei. E poi ancora acque intossicate, cibi avvelenati, un'esplosione di tumori come se fossero banali allergie. Delitti negati, terre rubate, tradite nel loro destino: da granai e frutteti rigogliosi, a sedi di discariche e di fabbriche di veleni. Bambini rom che mescolano i loro sorrisi a fumi neri, tossici e disperati. Si sovrappongono così problemi a problemi, disperazioni a disperazioni, morte a morte. Parola dura da pronunciare, ma forse è con questa che i tre autori vogliono che la gente si misuri. La Campania non è terra di vita, è una terra di morte. Morte della natura, morte degli uomini, ma ciò che è peggio, morte della speranza, della voglia di riscatto, della dignità e di ogni principio puro di democrazia e uguaglianza, di ogni forma di diritto. E l'Italia, l'Italia. Cos'è l'Italia? E' un'enorme bugia questo paese. E' una menzogna di dimensioni bibliche, di 60 milioni di abitanti, di 20 regioni, di isole e montagne. Dietro una ribalta fatta di bontà, simpatica, creatività, di "italiani brava gente", ci sono quinte in cui le luci di riflettori non arrivano, dove si annidano arroganza, menefreghismo, individualismo sfrenato e violento. L'Italia è un'amante bellissima, una moglie all'apparenza perfetta e impeccabile, che ti tradisce con cattiveria, tracotanza, con la coscienza e la certezza di non poter essere punita e così picchiata, perchè è bella, è affascinante,sensuale, è brillante.

Biutiful cauntri (Italia 2007)
di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e
Peppe Ruggiero


sabato 8 dicembre 2007

L'abbuffata

Un'occasione mancata. Che amarezza nel vedere l'ultimo film di Mimmo Calopresti. Gli ingredienti per un'opera poetica, leggera, riuscita ci sarebbero tutti ma si ha come la sensazione che la storia non decolli mai, che il film in sè non riesca, nelle due ore di proiezione, a prendere una svolta. Tre ragazzi della bellissima Diamante vogliono fare un cortometraggio. Si affidano ai consigli di un Diego Abatantuono regista in esilio in Calabria, all'agenda telefonica dello stesso Mimmo Calopresti nel vesti di un attore romano, e soprattutto alla loro volontà e al desiderio di creare una via di fuga nella monotonia del paesino. Tra delusioni, speranze e sorrisi, riusciranno ad accogliere Gérard nientepopodimenoche Dépardieu che si presterà alla loro storia. Calopresti aveva a disposizione tanto materiale umano ben scelto (solare la Bruni Tedeschi, bravo Briguglia), artistico (bellissime le musiche di Sergio Cammariere), una location di sicura suggestione, e soprattutto un'idea carina ed intelligente. Ma il film si rivela poco convinto e convincente. Il regista non ha saputo infondere una verve, un timbro e un certo ritmo ad una commedia da piacevole gusto amarognolo. Tanti, anche, gli spunti di riflessione che purtroppo, senza una regia adeguata, non si amalgamano bene con plot e personaggi e in certi casi (come nella critica indiretta a tv e reality) sanno di già visto e forzato. Incerta anche la visione dell'ambiente professionale cinematografico che sembra aver perso (o forse non ha mai avuto?) i suoi connotati poetici e avventurosi, trasformatosi, com'è, in una sorta di industrietta come tutte le altre. Bella, invece, la pagina sul ruolo dell'artista nella società, che viene resa con la contrapposizione tra il generoso Dépardieu e il più avaro Abatantuono. Calopresti vede il creativo come un essere non spocchioso e chiuso su stesso, ma aperto al nuovo, a stimoli diversi e soprattutto ai giovani.

L'abbuffata (Italia 2007)
di Mimmo Calopresti
con Paolo Briguglia, Nino Frassica, Gérard Depardieu, Valeria Bruni Tedeschi, Donatella Finocchiaro